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venerdì 16 dicembre 2011

Sindrome da risentimento con iperpiressia

Scorre al contrario, il tempo con la febbre.
Come un viaggio a ritroso fatto da immobile, nella cuccia del piumone. 
Sul comodino solamente cumuli di libri e bottiglie d'acqua, ché non c'è nessuno da chiamare per un sorso o una parola. C'è solo, dal lato libero del letto, quello protetto dal muro, impressa la memoria di mani che sembravano curare, tanto tempo fa.
Dita che sono fatte d'aria e di ricordi, ora.
[Una macchina della nostalgia, la febbre alta, che fa un sacco di tempo con pochi milligrammi di paracetamolo.]
E ora quelle mani sono in un altro luogo e in un altro tempo e fanno chirurgia del proprio cuore senza sapere che farsi a brandelli non serve a guarire, ma solo a morire più piano. Che c'è una tecnica segreta per dissezionarsi e rimanere vivi, ma la si fa solo guardandosi negli occhi, imparando ad ascoltarsi.
Dal mio lato del letto, invece, c'è soltanto la solitudine di un esilio che sa di medicina e rum scadente. La deriva lenta che si ha nell'andatura solo dopo aver imparato a proprie spese che, per trovare ciò che ci sta a cuore, bisogna smettere di cercare. Soprattutto se si tratta di sé.
Respirare piano e aspettare la marea che ci riporti a casa.  

lunedì 14 novembre 2011

Quando fa buio presto

Accogliere era la parola che mormoravo ogni volta che ti giravi nel sonno, ogni volta che i tuoi calcagni lasciavano segni viola sui miei stinchi ossuti. Accogliere, sussurravo, quando ti allontanavi e mi lasciavi solo ad affogarmi la voglia nell'abbraccio del cuscino. La faccia affondava nel pensiero che di cambiarmi non son mai stato in grado, e piano annegavo nella palude di non volerti diversa da così. 
Accoglierti era la sola cosa che potevo per farmi accogliere da te.
Poi, solo la vertigine di trovare una porta sbarrata.

mercoledì 2 novembre 2011

Tonia

Quel che ricordo sono le sue mani grandi e curve. La pelle sottile come carta, e tesa sul dorso venato di verde. I pollici forti spaccavano melograni producendo il suono secco delle cose che si rompono. E poi era un lento sgranare il rosso dal bianco, con una precisione che sembrava non appartenere a quelle dita tozze.
Dietro gli occhiali spessi le rughe parevano avere ingoiato anche lo sguardo.
Quando la tazza era piena, uno scricchiolare di ossa e una voce richiamavano la mia attenzione:
- Mangia - diceva soltanto.
Alcuni ciuffi candidi sfuggivano allo chignon ingiallito, scarmigliando tra le orecchie e il nero del vestito.
- Mangio - rispondevo pilluccando con le dita i semi succosi.
Quel che ricordo è che di nonna, l'amore, era una manciata di parole che si perdevano nella concretezza dei gesti. Che invecchiare era la meraviglia di prendere la sua solidità di tronco.

giovedì 20 ottobre 2011

Archeologia da cassettiera

La pioggia cade furiosa dopo mesi di arsura. La terra troppo dura non sa più assorbire e si lascia umiliare da pozzanghere grigie di polvere, grandi come piccoli laghi.
Le clarks sono una pezza da strizzare che mi costringe a cercare un paio di calzini asciutti. Nel disordine del cassetto - ché il gatto Arturo usa ancora aprire e svuotare del troppo per farsi una cuccia di frescolana - inciampo in una vecchia busta stropicciata. Chissà come è finità lì? Forse Arturo voleva qualcosa da leggere o forse il mio congenito disordine.
Sul dorso ritrovo parole vecchie di qualche stagione: un insulso blablabla.
"La compagnia di pochi libri riempie la notte. I volumi abbandonati a casa danno forma alla mia nostalgia: pagine ingiallite, scelte nella polvere delle bancarelle per ingrassare questi giorni secchi e vuoti. Ché senza un muso che mi ride non serve più a niente questa fame di imparare. Di sapere. 
Sono sufficienti poche righe scritte male. E un po' di silenzio. La sola mia ambizione, ormai, è ... [non si legge più!]".
Amo la carta straccia.
Come vecchie lastre di ossa rotte.
O una diagnosi precoce di demenza senile.